Agenda Confindustria
E’ positiva l’intenzione espressa dal presidente del Consiglio di “dare una frustata al cavallo dell’economia”, nonché di farlo con spirito bipartisan e dando un forte impulso a deregolazione e liberalizzazioni. Alcuni hanno obiettato che, fatto in questo momento, l’annuncio ha una scarsa credibilità politica e che non è chiaro perché se ne parli solo ora. Forse è vero, ma è comunque un bene che il governo riconosca finalmente che c’è un’emergenza crescita di Giampaolo Galli Direttore generale di Confindustria
22 AGO 20

E’ positiva l’intenzione espressa dal presidente del Consiglio di “dare una frustata al cavallo dell’economia”, nonché di farlo con spirito bipartisan e dando un forte impulso a deregolazione e liberalizzazioni. Alcuni hanno obiettato che, fatto in questo momento, l’annuncio ha una scarsa credibilità politica e che non è chiaro perché se ne parli solo ora. Forse è vero, ma è comunque un bene che il governo riconosca finalmente che c’è un’emergenza crescita. L’insufficiente competitività e la bassissima crescita sono problemi altrettanto seri di quello dell’alto debito in rapporto al pil; in parte ne sono la causa. Confindustria lo sostiene da anni ed è pronta a dare il suo contributo di proposte. Lo facciamo tutti i giorni. Lo abbiamo fatto in dettaglio nel maggio scorso in un documento intitolato “Italia 2015”. Dato che la politica allora non sembrò darci ascolto, nell’autunno abbiamo concordato con i sindacati e le altre associazioni d’impresa un’agenda per la crescita in pochi punti essenziali. Quell’agenda, che ha la forza di una amplissima convergenza di interessi diversi, è a disposizione della politica. Nelle grandi linee, le cose da fare sono quelle che ci chiede l’Europa. L’Italia le metta nel piano per la convergenza economica, quello voluto dalla cancelliera Angela Merkel, come tassello essenziale della nuova governance europea. E’ un’occasione da non perdere.
Attenzione, però. Per cambiare l’Italia occorrono non una, ma mille frustate. Non ci sono bacchette magiche o scorciatoie, che si approvano in un Consiglio dei ministri e risolvono tutti i problemi. Tutti sappiamo che una patrimoniale da centinaia di miliardi non è una soluzione. Così come sappiamo che cambiare l’articolo 41 della Costituzione non ci esime dal condurre battaglie difficili su questioni specifiche, ma importanti, come quelle per realizzare davvero gli sportelli unici e il piano casa o per indurre i medici a fare i certificati on line. Semplificazione burocratica ed efficienza della Pubblica amministrazione sono al primo posto nelle richieste delle imprese. Confindustria e le altre associazioni delle imprese hanno presentato proposte precise ai ministri competenti, che in gran parte le hanno accolte. E’ però mancata fino ad ora un’azione corale e convinta di tutto il governo per superare le prevedibili resistenze che si sono manifestate. Il piano di rilancio parta da qui. Non c’è nulla da inventare. Così come non c’è nulla da inventare per far partire le infrastrutture, comprese quelle energetiche, già approvate e finanziate. O per fare le liberalizzazioni: si cominci con l’eliminare le tariffe minime e le barriere all’ingresso, che invece sembrano piacere tanto. Oppure, con il mettere fine allo scandalo del mancato utilizzo dei fondi europei per il mezzogiorno. Ci viene spesso obiettato che molti dei temi che sono al centro della nostra agenda per la crescita – dalla semplificazione burocratica ai tempi della giustizia, dalle liberalizzazioni alla responsabilizzazione degli amministratori locali, dal contenimento della spesa pubblica e della pressione fiscale al contrasto al sommerso e all’evasione, dalla riduzione dei costi dell’energia al miglioramento di scuola e ricerca, etc. – sono stati affrontati da quasi tutti i governi, compreso l’attuale, con un susseguirsi continuo di piccoli o grandi interventi riformatori. Rispondiamo che i risultati percepiti dai cittadini e dalle imprese sono stati scarsi. Sono stati addirittura nulli se il metro di giudizio è l’effetto sulla crescita economica.
Il documento “Italia 2015” mostra analiticamente che, nella maggior parte dei casi, il problema è che si è fatto solo il primo passo, “la frustata”, ossia una legge, e sono mancati i passi successivi, quelli necessari a rendere effettivi i cambiamenti previsti. Per fare buone riforme occorre un’attenzione continua alla fase di realizzazione, quella che spetta all’amministrazione, ma di cui la politica non si può disinteressare. Troppo spesso si sono prodotte leggi confuse che non sono state attuate dalle amministrazioni, locali o centrali, si sono arenate nell’inerzia delle burocrazie, nella incredibile confusione delle competenze, nelle resistenze delle lobby oppure sono state cancellate dal successivo governo. Le opere pubbliche incompiute da decenni, specie nel mezzogiorno, sono il paradigma delle riforme fallite in questo paese. Ma si possono ricordare le semplificazioni approvate alla fine degli anni Novanta, in parte ancora inattuate, la riforma costituzionale bocciata nel referendum del 2006, lo scalone Maroni in materia di pensioni, le grandi e piccole liberalizzazioni. In buona parte, questi sono i frutti avvelenati di quel clima rissoso che obbliga ogni governo a dire che tutto ciò che ha fatto il precedente è sbagliato e dunque va cancellato o rifatto. Con questa logica si conclude ben poco. Perciò ben venga lo spirito bipartisan evocato dal presidente del Consiglio. Non spetta a Confindustria dire se ci sono le condizioni politiche perché questo auspicio si realizzi. Sommessamente, diciamo che lo spirito bipartisan va praticato con costanza e, alla fine, o c’è, come in Germania, o non si va lontano.
di Giampaolo Galli
Direttore generale di Confindustria
Direttore generale di Confindustria